Scuola senza buoni pasto, Pacifico rilancia: “Serve un intervento da 1,5 miliardi”

Il tema dei buoni pasto torna al centro del confronto: nella scuola e nella ricerca esclusi oltre un milione di lavoratori, mentre negli altri comparti è già previsto.

Archiviata la firma della parte economica del nuovo contratto del comparto Istruzione e Ricerca, i sindacati sono già proiettati alla parte normativa, che dovrà includere la discussione di una serie di questione, tra le quali quella dei buoni pasto. Sottolinea l’importanza di introdurre questo beneficio nel mondo della scuola Marcello Pacifico, riportando al centro un tema sollevato da tempo nei tavoli negoziali.

“Da quattro o cinque anni pongo la questione a ogni tavolo”, ha spiegato, sottolineando come la richiesta sia ormai condivisa da tutte le organizzazioni sindacali, anche attraverso dichiarazioni congiunte legate agli ultimi rinnovi contrattuali.

Il riferimento normativo è alla direttiva europea 88/2003, che prevede il riconoscimento del buono pasto nell’ambito della contrattazione. Una misura già applicata negli altri comparti pubblici, dalle funzioni locali alla sanità, ma non ancora estesa alla scuola e alla ricerca.

I numeri e le possibili soluzioni

Secondo il sindacalista, il divario coinvolge una parte consistente del pubblico impiego: su circa 3,3 milioni di dipendenti pubblici, oltre 1,3 milioni, proprio quelli del comparto istruzione e ricerca, non beneficiano del buono pasto.

Due le possibili strade indicate. La prima è di natura finanziaria: “Se il governo stanzia un miliardo e mezzo solo per i buoni pasto, abbiamo risolto il problema”. La seconda riguarda invece il riconoscimento giuridico del diritto, da inserire direttamente nel contratto: “Come abbiamo fatto per la formazione retribuita”.

In assenza di risorse dedicate, non viene esclusa la possibilità di un contenzioso: “Si potrà andare per via giudiziale, ma non è auspicabile”.

Ata e docenti, situazioni diverse

Per il personale Ata, il quadro appare più definito. La normativa europea prevede il diritto al buono pasto dopo sei ore di lavoro, elemento che consentirebbe già una quantificazione della misura. La stima indicata è di circa 300 milioni di euro.

Più articolata la situazione per i docenti, legata alla distribuzione dell’orario e alle cosiddette “ore buche”. Ma pero Pacifico, si tratta di un ostacolo superabile: il buono pasto è già stato riconosciuto in altri ambiti, come università e ricerca anche in modalità di lavoro agile.

FAQ

1. Perché nella scuola non ci sono i buoni pasto?
Perché finora non sono stati inseriti nel contratto del comparto Istruzione e Ricerca, a differenza di altri settori pubblici.

2. Quanti lavoratori sono coinvolti dalla mancanza dei buoni pasto?
Oltre 1,3 milioni di dipendenti del comparto scuola e ricerca.

3. Quanto costerebbe introdurre i buoni pasto?
Circa 1,5 miliardi di euro secondo le stime sindacali.

4. I buoni pasto potrebbero essere introdotti nel contratto?
Sì. Una delle ipotesi è inserirli direttamente nella parte normativa del contratto.

5. Ci sono differenze tra docenti e personale ATA?
Sì. Per gli ATA il diritto è più facilmente applicabile, mentre per i docenti è legato alla struttura dell’orario di lavoro.