«Professore, quello che è accaduto a Milano non ha nulla a che fare con le proteste. Quelli sono vandali che volevano alcune cose e se le sono prese con la forza, spaccando le vetrine dei negozi e rubando quello che desideravano. Quelli sono ladri che hanno rubato». E’ quello che hanno detto gli studenti al professor Vincenzo Schettini, che racconta tutto in un video e commenta i fatti di Milano.
“Devo dire che le loro parole erano accompagnate da un tono angosciato. Non ne parlavano con leggerezza: si vedeva chiaramente che anche loro erano turbati.
Anch’io sono molto turbato e considero quello che abbiamo visto qualcosa di abominevole. Non credo, e questa è una prima considerazione importante, che si tratti di episodi scollegati da quanto accaduto nei mesi scorsi.
Mi riferisco agli episodi di estrema violenza, quella che definirei una violenza da galera, ai ragazzi che hanno picchiato i professori a scuola, fino all’ultimo episodio del ragazzo che aveva una telecamera in testa e ha accoltellato la professoressa.
Nella mia mente tutti questi episodi sono collegati. Vorrei cominciare rivolgendomi ai giovani, in particolare proprio a quei ragazzi che hanno combinato questo casino in piazza.
Vi siete nascosti dietro il disagio e dietro la voce di tante persone che protestano pacificamente. Persone che scendono in piazza perché non riescono più ad arrivare alla fine del mese, perché viviamo in un periodo, possiamo dirlo, di merda.
Un periodo terribile, in cui la vita è carissima, tutto aumenta e diventa sempre più difficile andare avanti.
Ci sono persone che protestano perché non hanno abbastanza soldi per mantenere i propri figli agli studi, perché vogliono far sentire la propria voce.
Voi vi siete infilati in mezzo a queste persone e avete fatto il manicomio.
Mi rivolgo soprattutto ai ragazzi minorenni.
Non entrate nel meccanismo mentale di credere che, siccome siete minorenni, siete impuniti e non potete essere puniti. Perché arriva il giorno in cui si paga per quello che si è fatto.
State attenti, perché la vita si può rovinare. Per una scarpa rubata si può rovinare una vita.
Ragazzi, non lasciatevi trascinare da queste porcherie. Non lasciatevi prendere dal male, dalla voglia di sfogare la rabbia imitando chi compie azioni sbagliate.
Quando sentite rabbia, fate la cosa più bella che un ragazzo possa fare: parlatene con qualcuno.
Confidate quella rabbia, raccontate quello che provate. Dite: «Sto male, sento rabbia, mi sento solo».
Non lasciatevi dominare dall’impulso, dall’istinto.
Sapete perché? Perché è facilissimo lasciarsi trascinare dalla massa in situazioni come quelle che abbiamo visto in questi giorni.
Non ci vuole niente, ragazzi, a farsi coinvolgere. E basta davvero poco per ritrovarsi nei guai.
Non bisogna nemmeno cadere nell’errore di pensare che quelli che hanno sfasciato tutto siano necessariamente ragazzi delle periferie di Milano, persone che non possono permettersi determinate cose.
Non è vero.
In mezzo a loro si sono infiltrati ragazzi che, attraverso gruppi, chat e scambi di messaggi, si sono organizzati: «Venite, sta partendo una rivolta. Rubiamo, buttiamoci in mezzo, copriamoci la faccia e prendiamo tutto quello che possiamo».
Anche perché molte delle persone che hanno realizzato quei video avevano telefoni da 1.000 o 1.500 euro.
E allora, per piacere, vorrei rivolgere un grazie ai poliziotti.
Un grazie che è persino difficile esprimere, perché siete padri di famiglia, siete persone che, anche attraverso il mantenimento dell’ordine durante queste manifestazioni, cercano di educare questi ragazzi.
E qui voglio allargare il discorso.
Siamo arrivati a un punto in cui l’educazione sembra ridursi soltanto a un semplice richiamo: «Questa cosa non si fa. Mi raccomando, non si fa».
Si dice a un ragazzo che una cosa non deve essere fatta e ci si ferma lì, come se non si potesse fare più niente.
Io sono cresciuto attraverso il valore del no.
Mi ricordo che davanti a me avevo mia madre con la M maiuscola e mio padre con la P maiuscola.
Avevo due genitori ai quali nessuno aveva insegnato a essere genitori. Nessuno aveva spiegato loro come si facesse.
Qualcuno potrebbe chiedermi: «Ma perché stai facendo questi discorsi?».
Perché, secondo me, sono tutti collegati.
Viviamo in un’epoca in cui si ha tutto e sembra che non importi più niente. Quello che non hai, te lo vai a prendere.
E se non cresci in una famiglia che ti insegna il rispetto, che ti dice che quando vai a scuola non devi rispondere male al tuo insegnante perché quello è il tuo professore, allora le conseguenze possono essere gravi.
Se il professore ti mette quattro e tu non sei stato educato al rispetto, puoi arrivare a pensare di vendicarti.
Perché non riconosci più in quella persona il tuo professore con la P maiuscola. Nessuno ti ha spiegato, a partire da tua madre, che devi rispettare il tuo insegnante.
Se non ricevi questi messaggi, puoi arrivare a vendicarti.
E le abbiamo viste, purtroppo, le cose brutte che possono accadere.
Ecco perché, nella mia mente, è tutto collegato.
Ricevere un regalo una volta all’anno, magari a Natale, ti aiuta a capire il valore di quel regalo.
Eccome se te lo fa capire.
Ricevere invece tutto quello che vuoi, quando vuoi e come vuoi, in qualsiasi momento, e magari arrabbiarti persino perché lo volevi blu e non rosso, non soltanto non ti insegna il valore delle cose, ma rischia di farti credere di avere il diritto di prenderti tutto quello che desideri.
E così si può arrivare a considerare la vita come un videogioco.
L’ha detto qualcuno in questi giorni e trovo che sia un’osservazione bellissima, giustissima.
Nel videogioco esistono delle regole, certo, ma alla fine spegni la PlayStation, il gioco finisce e vai a mangiare quello che ti ha preparato tua madre.
Ma la vita non è un videogioco.
Dobbiamo cominciare a farlo capire ai nostri figli.
È arrivato il momento, signori.
Io ritengo che sia arrivato il momento di far capire queste cose, prima di tutto in famiglia.
È una situazione brutta, davvero brutta.
Ma sentivo il bisogno di discuterne con voi, perché non potevo ignorare quello che è accaduto.
Meritiamo di discuterne, perché siamo tutte persone dotate di cervello: bambini, adolescenti, adulti, insegnanti, genitori, nonni. Tutti.
Non dobbiamo mai rinunciare al confronto e alla possibilità di parlare delle cose in maniera seria”.