Concorso non abilitati con 24 CFU, per conseguire crediti prove nozionistiche

In altri Atenei si organizzano già da mesi, e anche ieri a Bologna si è conclusa la prima tornata degli appelli per il recupero dei 24 cfu necessari all’accesso al concorso che disciplinerà a sua volta l’accesso al percorso FIT.







Tra antropologia, psicologia, pedagogia e metodologie didattiche, le aule di via della Beverara hanno “accolto” centinaia e centinaia di possibili fittini (una media di 80 per aula, su almeno 5 aule), con desk di accettazione, griglie nominali per le risposte che verranno corrette da un lettore ottico, pennarelli neri “non manomissibili”, un personale di sorveglianza particolarmente severo.

Si insiste sulla rigidità e sul rispetto di un protocollo che certifichi la serietà della prova per sopperire all’evidente difficoltà nel gestire un altissimo numero di partecipanti e l’insicurezza di una preparazione messa su alla meglio in pochi mesi. Già, perché quasi tutti gli aspiranti docenti (circa 9000 hanno chiesto riconoscimento solo a Bologna) si sono dovuti in fretta e furia adeguare a questo requisito, posto meno di un anno fa, come retroattiva condizione di partecipazione al futuro concorso. Requisiti su cui abbiamo già espresso la nostra contrarietà in quanto iniqui, onerosi e a carattere retroattivi e che, ricordiamo, saranno successivamente oggetti e contenuti di una lunga e sottopagata formazione triennale.

L’appalto della creazione dei questionari, o test oggettivi di profitto, a una società esterna non fa che confermare il carattere nozionistico, mnemonico, a-critico e a-problematico della formazione che il Miur, e in questo caso l’Unibo, pare abbiano intenzione di offrirci e che ci stanno già offrendo, ma sarebbe forse meglio dire a cui ci stanno sottoponendo.

Lo diciamo da mesi: non siamo state soddisfatte del modo in cui l’Unibo ha organizzato la fase di riconoscimento dei crediti pregressi, della discrezionalità e della totale assenza di trasparenza che l’ha caratterizzata; non ci è piaciuto il modo in cui sono state programmate e successivamente realizzate le lezioni, spesso acritiche, superficiali, ripetitive e improvvisate nei loro contenuti (data l’assenza ancora ad oggi di un decreto che espliciti e chiarifichi le modalità e contenuti della seconda prova concorsuale), non certo degne insomma della “didattica di qualità” di cui ultimamente tanto ci si riempie la bocca sull’onda della retorica della Buona Scuola.

Non siamo soddisfatte ora, alla prova degli esami di certificazione di profitto, di prove nozionistiche e riduttive, che nulla hanno a che fare con il tipo di professionalità docente che vogliamo e immaginiamo. Credevamo fosse inutile e sbagliata, oltre che ingiusta, l’obbligatorietà di ulteriori prerequisiti – richiesti oltretutto a persone che spesso già lavorano nel mondo della scuola da precari e da precarie – su discipline e contenuti che saranno oggetto di triennale formazione. Ne abbiamo avuto conferma oggi: se la motivazione profonda dei 24 cfu era la preparazione dei candidati e delle candidate al secondo scritto della futura prova concorsuale, nutriamo veramente molti dubbi sul fatto che questi esami, nozionistici e mnemonici, abbiano adempiuto al loro alto e degno scopo di prepararci alla buona realizzazione di quella “performance”.

Ma non è che l’inizio. Buoni esami a tutte e tutti.







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